Soltanto gli alberi hanno radici!
Gli umani ne sono sprovvisti.
Eppure, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, gli umani incessantemente se ne dotano.
Ad esempio, coltivando il senso dell’appartenenza e del radicamento.
Come nel caso di Vito Antonio Romaniello che con questo volume esplora il genius loci delle comunità lucane, con la messa a fuoco di aspetti salienti del vivere collettivo.
Vi sono vari modi per accostarsi all’humus profondo della vitalità nostrana: elevandolo a feticcio totemico, ritenendolo inestimabile, quindi inviolabile; viceversa, assumendolo come tabu, zavorra arretrata e barbara, da cui è il caso di prendere le distanze.
In realtà esiste una terza via, capace di andare oltre la polarizzazione netta che il paradigma che potremmo definire del “totem e tabù” -per riprendere un noto volume di Sigmund Freud- esprime.
Le cosiddette culture popolari innervano il vissuto delle comunità insinuandosi nelle esperienze profonde della vita.
“Usi”, “costumi” e “consuetudini”, così come si era solti affermare, sono in realtà pratiche e concezioni di vita che sostengono le soggettività e le comunità in quel compito universale tipicamente umano che consiste nel caricare di senso e di significato il vivere individuale e collettivo.
Mediante una documentazione approfondita, esito di una condivisione ravvicinata con i luoghi e le persone descritte, questo volume fornisce preziosi strumenti conoscitivi per comprendere il lavoro stoico condotto silenziosamente dalle comunità lucane per restare aggrappate alla sopravvivenza e per affrontare la perdita di memoria e lo smarrimento identitario, tante volte vissuti come pernicioso sradicamento culturale.




